Gli antenati, Wittgenstein, l’AI e il linguaggio: la tecnologia più antica che abbiamo

Prima ancora di scrivere codice, costruire macchine o progettare algoritmi, l’essere umano ha imparato a fare una cosa decisiva: dare un nome al mondo.

Bruce Chatwin, nel suo bel libro Le vie dei canti, esplora la leggenda degli aborigeni australiani secondo cui gli antenati, emersi sulla Terra, iniziarono a percorrerla cantando. Con il canto davano nome a ogni cosa che incontravano: una roccia, un animale, un corso d’acqua, un tratto di paesaggio. Nominare significava rendere riconoscibile, distinguere, condividere, fare in modo che gli uomini potessero orientarsi nel mondo e capirsi quando ne parlavano.

È un’immagine potente, perché ci ricorda qualcosa che spesso diamo per scontato: il linguaggio non serve solo a comunicare ciò che già esiste. Serve a costruire una realtà comune.

Da sempre filosofi, pensatori e studiosi si interrogano sul rapporto tra parole, significati e mondo. In epoca moderna, Wittgenstein ha rimesso al centro questo tema con una forza particolare: i limiti del nostro linguaggio influenzano i limiti del nostro pensiero, della nostra comprensione, della nostra capacità di agire.

Oggi questa riflessione torna di straordinaria attualità.

Per decenni, per parlare con le macchine, abbiamo dovuto usare il loro linguaggio: codice, comandi, sintassi rigide, strutture formali. La macchina capiva solo ciò che veniva espresso secondo regole precise, spesso accessibili a pochi specialisti.

Con la diffusione dei Large Language Model e dell’intelligenza artificiale generativa, con tutto il seguito di agenti AI e Vibe Coding, qualcosa è cambiato radicalmente: oggi possiamo interagire con le macchine usando il nostro linguaggio naturale.

Possiamo chiedere, spiegare, correggere, approfondire, simulare scenari, generare idee, progettare contenuti, analizzare problemi, dare istruzioni, interagendo con computer e macchinari. Non dobbiamo più necessariamente tradurre tutto in linguaggio macchina. È la macchina che, almeno in apparenza, si avvicina al nostro modo di esprimerci.

Ma proprio qui nasce una nuova responsabilità e una criticità da affrontare con consapevolezza e preparazione.

Perché il linguaggio naturale è ricchissimo, ma anche ambiguo. È fatto di sfumature, contesti, impliciti, metafore, sottintesi, intenzioni non dette. Ciò che per noi può sembrare evidente, per un sistema di AI può essere incompleto, troppo vago o interpretabile in modi diversi.

Un prompt o un’istruzione operativa scritta male non è solo una frase poco efficace. È una richiesta che lascia troppo spazio all’incertezza, che non è, in questo caso, quella derivante dalle possibili “allucinazioni” del sistema (peraltro sempre meno presenti) ma la nostra capacità di espressione.

E allora tornano centrali competenze antiche e profondamente umane: saper descrivere, contestualizzare, distinguere, argomentare, scegliere le parole giuste, chiarire l’obiettivo, definire i vincoli, indicare il pubblico, esplicitare il tono, precisare il risultato atteso.

In altre parole, usare bene l’AI non significa solo conoscere lo strumento. Significa conoscere meglio il linguaggio, ampliarlo, per ridurre quei limiti di cui parla Wittgenstein.

Non si tratta soltanto di “scrivere prompt”. Si tratta di imparare a formulare pensieri più chiari.

La qualità della risposta che otteniamo dipende spesso dalla qualità della domanda che siamo in grado di porre. E la qualità della domanda dipende dalla nostra capacità di trasformare un’intuizione vaga in una richiesta leggibile, ordinata, comprensibile.

Questo vale nel lavoro, nella formazione, nella comunicazione, nella progettazione, nella consulenza, nella scuola e nelle aziende.

L’AI ci mette davanti a un paradosso interessante: più la tecnologia diventa avanzata, più diventano importanti alcune competenze umanistiche di base.

Saper leggere.
Saper scrivere.
Saper interpretare.
Saper spiegare.
Saper collegare concetti diversi.
Saper dare un nome preciso alle cose.

Non è la fine del pensiero umano. Al contrario, è un nuovo banco di prova per la sua qualità.

La tecnologia ci offre strumenti sempre più potenti, ma il valore nasce ancora dalla capacità umana di orientarli verso uno scopo. E per farlo servono sia competenze tecniche sia competenze linguistiche, culturali, critiche.

Ancora una volta, nel progresso umano, tecnologia e umanesimo non camminano su strade separate, camminano insieme.

E forse è proprio questo il punto più importante per il mondo della formazione, scolastica e aziendale: non preparare persone capaci solo di usare nuovi strumenti, ma persone capaci di pensare, descrivere e progettare meglio con quegli strumenti.

Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il futuro dipenderà da una competenza antichissima: la capacità di dare forma al mondo attraverso le parole. Se gli “antenati” ci avevano dedicato tanto tempo e fatica, facciamo tesoro dei loro sforzi, sono ancora preziosi!

INCONTRIAMOCI PER PARLARNE! 🙂

Gabriele Ghinelli