AI, lavoro e leadership: forse è arrivato il momento di surfare l’onda… in squadra!

Negli ultimi giorni sono arrivate alcune notizie che, lette insieme, raccontano qualcosa di interessante sul punto in cui ci troviamo nella trasformazione guidata dall’intelligenza artificiale.

OpenAI ha annunciato la nascita della OpenAI Deployment Company, una nuova realtà pensata per aiutare le aziende a integrare l’AI nei processi reali. In questo contesto ha anche comunicato l’acquisizione di Tomoro, società specializzata in consulenza e ingegneria applicata all’AI, che porta con sé circa 150 specialisti dedicati all’implementazione nelle organizzazioni.

Quasi in parallelo, recenti analisi calcolano che Microsoft abbia guadagnato circa 30 miliardi di dollari di fatturato dalle attività legate a OpenAI nel periodo 2023-2025, più del doppio del suo investimento di capitale di 13 miliardi di dollari.

Due notizie diverse, certo. Ma insieme dicono una cosa abbastanza chiara: l’AI sta entrando in una fase nuova.

Non siamo più solo nel tempo dell’entusiasmo, delle demo sorprendenti e degli investimenti miliardari “in attesa di capire”. Stiamo iniziando a vedere i primi segnali di maturità: dove c’è stata visione, strategia e coerenza con il business, cominciano ad arrivare anche ritorni misurabili.

Eppure, proprio mentre la tecnologia accelera, emerge con ancora più forza un punto: quando il gioco si fa serio, l’essere umano non sparisce. Diventa più importante.

L’acquisizione di Tomoro lo dimostra bene. Se OpenAI, uno dei principali player globali del settore, decide di rafforzare la propria offerta con specialisti capaci di accompagnare le aziende nell’adozione concreta dell’AI, non significa semplicemente che è tempo di passare ai fatti, ma anche che la tecnologia da sola non basta. Servono competenze, metodo, comprensione dei processi, capacità di lavorare accanto ai team e di trasformare strumenti potenti in sistemi utili, sostenibili, adottabili.

In Italia, nella stessa settimana, Giovanni Ferrero ha espresso una posizione molto chiara: “Abbiamo affidato l’uso dell’AI a comitati etici. Nessun posto di lavoro verrà sostituito dall’intelligenza artificiale. La useremo, ma solo per potenziare la produttività; non per sostituire l’uomo.”

E pochi giorni prima, in Cina, un tribunale ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un lavoratore sostituito dall’AI, riconoscendo un risarcimento e aprendo un precedente significativo in un Paese tecnologicamente avanzato e con una forte capacità di indirizzo strategico.

È presto per dire che cosa accadrà. Anzi, forse la prima forma di saggezza oggi è proprio accettare che le previsioni siano più difficili di un tempo, però qualche spiraglio di luce si intravede.

Uno di questi è che l’AI non sembra premiare chi la tratta come una scorciatoia, ma chi la affronta come un’evoluzione organizzativa. Non basta “mettere dentro” uno strumento. Bisogna capire dove genera valore, quali processi modifica, quali competenze richiede, quali paure attiva e quali nuove possibilità apre.

Un altro spiraglio è che, al centro di questa evoluzione, resta ancora una volta la capacità umana di fare squadra.

Persone con competenze diverse, unite da alcuni elementi comuni: curiosità, attitudine positiva, visione ampia del futuro, conoscenza dei processi e voglia di costruire modi migliori per lavorare insieme.

In questo scenario, la leadership diventa decisiva.

Non una leadership che “impone l’AI”, né una che la subisce. Ma una leadership capace di accompagnare il cambiamento mettendosi al servizio del team: spiegando, ascoltando, traducendo la complessità, riconoscendo i timori e aiutando le persone a vedere anche il proprio vantaggio dentro l’evoluzione.

Serve equilibrio. Serve fiducia. Serve allenamento. Serve qualcuno che guardi l’orizzonte, ma anche qualcuno che tenga il ritmo con gli altri.

E serve ricordare che la trasformazione funziona davvero quando non sostituisce l’energia delle persone, ma la amplifica. Forse la vera opportunità, oggi, è proprio questa: usare l’intelligenza artificiale per rendere il lavoro più intelligente, ma anche più umano.

Perché il punto non è solo adottare nuove tecnologie. Il punto è fare in modo che le persone non si sentano travolte dall’onda, ma parte dell’equipaggio.

E forse questa è una delle immagini più utili per il momento che stiamo vivendo: l’AI non come una gara individuale su chi arriva prima, da solo sul proprio piccolo surf, ma come su una grande tavola di gruppo, perché, come direbbe qualcuno, per cavalcare una grande onda, ci vuole una grande tavola da surf!

INCONTRIAMOCI PER PARLARNE! 🙂

Gabriele Ghinelli